Articolo di Daniela Fassini, apparso su Avvenire di giovedì 15 dicembre 2022

Potrebbe essere solo un appunto personale oppure, più in generale, un’indicazione per la Chiesa e per il suo impegno “sociale”. Certo è che quello che ha scritto la Procura di Modena nella richiesta di archiviazione della vicenda legata alle minacce ricevute da don Mattia Ferrari, il cappellano di “Mediterranea saving humans”, è destinato a far rumore.

Gli attacchi al sacerdote, ai giornalisti e a chi si occupa di salvare i migranti dal mare e di denunciare per davvero il traffico indisturbato che avviene nel Mediterraneo condotti da un personaggio conosciuto come il “portavoce della mafia libica” sono considerati irrilevanti e degni di archiviazione in quanto le minacce (per il pm semplicemente «le frasi») indirizzate al cappellano e agli altri bersagli non «presentano profili di rilievo penale».

Una posizione che, al di là del merito della questione, lascia perplessi i legali che difendono don Mattia. E chiunque scorra le carte.

Don Mattia è da tempo sotto “radiosorveglianza” decisa dal Comitato provinciale per la sicurezza dei cittadini, proprio sulla base di quelle minacce. Una decisione che per la Procura non avrebbe senso in quanto il sacerdote non sarebbe nel mirino di nessuna mafia libica. Le «frasi» scagliategli contro sarebbero «prive di rilevanza penale da chiunque esse provengano».

Nel testo in cui propone l’archiviazione il pm non cita mai l’account dal quale sono arrivate e che, come attestano inchieste giornalistiche e atti parlamentari, sarebbe invece «un portavoce della mafia libica legato ai servizi segreti di diversi Paesi». Quell’account infatti, sottolineano le fonti vicine a chi subisce minacce, pubblica continuamente materiale per conto della mafia libica e periodicamente anche foto “top secret” di velivoli militari europei e di apparati italiani.

Don Mattia, oltre a essere cappellano della Ong “Mediterranea Saving Humans”, è molto impegnato in un’azione pastorale e umanitaria a difesa delle persone migranti, in particolare di quelle che vengono soccorse nel Mediterraneo. Una missione, come si sa, tipicamente diffusa tra chi, all’interno della Chiesa, si occupa degli ultimi e dei più fragili. Ed è proprio per questo suo impegno che si sono accesi su di lui riflettori anche assai ostili. In particolare da parte del già citato account Twitter da cui, appunto, sono partite tutte le minacce.

A leggere la richiesta di archiviazione depositata a Modena è come se il magistrato avesse in un certo senso negato l’esistenza del legame tra l’account da cui sono partite le minacce e la mafia libica. E questo nonostante che un viceministro dell’Interno, l’allora in carica Carlo Sibilia, rispondendo a interrogazioni parlamentari avesse sottolineato la realtà e la gravità del fatto.

Ma c’è di più. A preoccupare i legali che difendono don Ferrari, ci sarebbe una sorta di “appunto” rivolto all’operato umanitario del sacerdote e non solo a quello. Nel documento della Procura si sottolinea, infatti, che «se il prete esercita in questo modo, diverso dal magistero tradizionale», deve in un certo senso aspettarsi reazione contrarie e fra queste di essere bersagliato.

Nello specifico, in un passaggio del testo, il pubblico ministero si mostra indulgente con chi usa i social network per aggredire e calunniare, suggerendo che l’esposizione sui social network naturalmente provoca reazioni, specie se «come già evidenziato chi porta il suo impegno umanitario (e latamente politico) sul terreno dei social o comunque del pubblico palco – ben diverso dagli ambiti tradizionali – riservati e silenziosi – di estrinsecazione del mandato pastorale – e lo faccia propalando le sue opere con toni legittimamente decisi e netti».

Per il pm, insomma, un sacerdote che prende posizione accanto ai poveri e agli ultimi non è abbastanza “discreto” ed è troppo “pubblico” e anche un po’, seppure in senso lato, “politico” e deve aspettarsi e, in fondo, subire reazioni. In altre parole, chi si occupa di diritti umani e si dedica all’impegno umanitario non deve sorprendersi se poi finisce nel mirino, anche se è un prete. Anzi, forse, proprio perché è un prete. Come se essere sacerdote significasse dire Messa, amministrare i sacramenti e stare in silenzio.

«La richiesta d’archiviazione è molto grave perché suggerisce che le condotte di minaccia e diffamazione online non debbano essere perseguite, ma siano coperte da una sorta di impunità», sottolinea l’avvocato di don Mattia, Francesca Cancellaro, dello studio legale Gamberini e associati. E annuncia: «Noi sappiamo, invece, quanto sia pericolosa questa opacità e quanto intimidatori possano essere i messaggi che vengono veicolati. Per questo presenteremo opposizione alla richiesta di archiviazione: per chiedere al Gip che finalmente si indaghi su questi preoccupanti episodi, consentendo a don Mattia di esprimersi liberamente in sostegno delle persone migranti e del dovere di soccorrerle».


Non hanno tardato a esprimere la loro solidarietà tante persone. Da Elly Schlein a Nicola Fratoianni, da Rosy Bindi a Matteo Orfini il dissenso dopo la richiesta di archiviazione da parte della procura di Modena sul caso delle minacce a don Mattia Ferrari

«Devo leggere la motivazione. Ma credo che sia importante che se ci sono dei motivi di preoccupazione ulteriore si continui a verificare sulle responsabilità libiche e sulle responsabilità di coloro che minacciavano e che hanno minacciato». Il presidente della Conferenza episcopale italiana, Matteo Zuppi, a margine del conferimento della cittadinanza onoraria a Bologna, commenta così la richiesta di archiviazione da parte della procura di Modena sul caso delle minacce al cappellano don Mattia Ferrari.

Per il numero uno della Cei, «al di là di qualsiasi provvedimento, è importante che ci sia un’attenzione della giustizia perché coloro che o detengono o organizzano gli scafisti siano identificati e perseguiti». Don Mattia lo conosco, ha aggiunto «è una persona che ha sempre avuto molta attenzione per il problema di chi muore in mare e anche di chi viene trattato come un animale in quelli che, come ha più volte detto il Papa, sono dei veri e propri campi di concentramento e di violenza».

Da Elly Schlein a Nicola Fratoianni, da Rosy Bindi a Matteo Orfini: sono solo alcuni dei nomi che hanno voluto manifestare dissenso e indignazione sulla «davvero sbalorditiva motivazione con la quale la Procura di Modena ha proposto di archiviare le minacce rivolte a don Mattia Ferrari», scrive l’esponente del Pd e già presidente della commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi. Certo è che la vicenda del cappellano della Ong Mediterranea Saving Humans, l’organizzazione umanitaria che salva i migranti nel Mediterraneo, denunciata su queste stesse pagine, non è passata inosservata. «Ciò che fa scandalo, insomma – prosegue Rosy Bindi – non sono le intimidazioni subite, ma il fatto che don Mattia parli in pubblico contro il traffico di esseri umani. Ed è molto grave che un magistrato pretenda di indicare come un prete debba fare il prete».

Il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, avverte che «per qualche giudice di Modena un prete deve stare in sacrestia, al massimo qualche preghiera, fare Messa o poco più. Se invece si espone, magari a difesa dei più deboli, è naturale che ci siano reazioni contrarie nei suoi confronti». E annuncia «un’interrogazione parlamentare al ministro Nordio. Davvero siamo ben oltre ogni immaginazione».

Anche per il deputato del Pd, Matteo Orfini, quella della Procura di Modena «è una tesi irricevibile che richiede un chiarimento immediato da parte del ministro della Giustizia Nordio. Non lasceremo solo Don Mattia in questa battaglia» conclude.

«Se il giudice fosse cristiano, mi verrebbe di ricordargli quello che dice Gesù nel Vangelo di Matteo; in generale direi che è grave che ad una persona minacciata dalla mafia libica si consigli discrezione e riservatezza piuttosto che protezione» commenta sui social Paolo Ciani, deputato Pd-Idp e segretario di Demos.

«Chi supporta le persone più fragili e salva vite in mare e per questo subisce minacce va protetto, piena solidarietà a Don Mattia» scrive la candidata alla segreteria del Pd, Elly Schlein.

Don Mattia intanto ringrazia «le moltissime persone» che «pubblicamente e privatamente» gli hanno espresso solidarietà. «Le minacce nei miei confronti sono solo una piccola parte della grande vicenda del Libyagate – fa sapere il cappellano –. Una grande questione internazionale che tutte e tutti insieme possiamo vincere, sconfiggendo tutte le mafie, ‘ndrangheta, camorra, mafia libica e le altre e tutti i potenti di ogni tipo e costruendo la giustizia e la civiltà dell’amore».

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