Che cos’è la speranza? In cosa spero?
Noi abbiamo tanto, tutto il necessario per vivere: abbiamo un tetto sopra la testa, abbiamo pasti assicurati, viviamo in un paese che garantisce istruzione, sanità, assistenza… Il 93% della popolazione mondiale vive peggio di noi. Cosa ci manca? Abbiamo ancora bisogno della speranza, se in fondo stiamo così bene?
È vero, si può vivere senza speranza; o avere delle speranze che sono pii auspici: “spero che ci sia bel tempo”, “spero che arrivino presto le vacanze”, “spero che tutto si risolva”, “speriamo che questo male abbia fine”. Ma è questa la speranza?
La speranza ha a che fare con la disperazione. Davanti ad eventi che vengono a travolgere e minacciare la vita, ci si può arrendere e gettare la spugna; oppure si può trovare un motivo per lottare, per aprire in mezzo al buio più fitto una fessura in cui può entrare la luce. Davanti ad una realtà che sembra essere terribile e inarrestabile, si può trovare una forza per orientare il corso della storia in un’altra direzione.
Per questo abbiamo voluto ascoltare alcune testimonianze: racconti di vite che hanno sperimentato dei passaggi difficili e traumatici, ma che proprio in questi passaggi hanno trovato una nuova via, una nuova speranza – e proprio grazie alla speranza la vita è cambiata. Vi invitiamo a leggere le brevi biografie e ad ascoltare la loro brevissima testimonianza; lunedì 11 agosto, alle ore 20:45 in oratorio, daremo più spazio a questi nostri amici. Ascoltiamo per riscoprire cos’è veramente la speranza, in che modo può cambiare la nostra vita, come può riaccendere il desiderio di vivere e di impegnarci.
È vero che se ciascuno rimane nel proprio piccolo mondo, dove tutto va bene, dove stiamo bene, con la pancia piena… non c’è bisogno di sperare; ma chiudersi dentro al proprio piccolo recinto, può far crescere solo la paura: paura di perdere. E dalla paura nascono tante inquietudini, sospetti, pensieri cattivi, e azioni violente. Aprirsi alla vita degli altri, ai problemi degli altri, lasciarsi raggiungere dalle difficoltà-disperazioni degli altri uomini e donne che popolano con noi la nostra casa comune e il nostro tempo, è vero che introduce una dose di sofferenza – ma immette in noi della vita, riaccende il desiderio di impegnarsi per le cose che davvero contano, tira fuori da noi energie e forze che prima erano sopite.
Ascoltiamo dunque queste storie per lasciarci ferire, e per lasciarci accendere dalle loro speranze. Nella speranza che possiamo continuare a condividere le nostre vite, specialmente con chi è più in difficoltà, con chi è più svantaggiato – con chi attende salvezza –, e costruire insieme vie in cui possiamo anche noi salvarci con loro.
Antonio Cacciatore
Antonio ha 53 anni e vive a Formigine, cresciuto in una famiglia numerosa composta da 4 fratelli e 4 sorelle. Per 30 anni ha speso le proprie giornate all’interno di un’associazione di volontariato locale, impegnandosi a compiere i lavori quotidiani.
Negli ultimi anni, Antonio ha iniziato a percepire un senso crescente di smarrimento, di frustrazione – “molto buio” dice lui. Non si trovava più a suo agio, si sentiva troppo rimproverato, messo da parte, escluso. Questi sentimenti lo rendevano nervoso, sempre agitato, bisognoso di scaricare la tensione accumulata girando molto in bici.
Fu proprio in quel momento di difficoltà e incertezza che compie una svolta: Antonio conosce l’associazione “Tutto si muove” di Formigine, venendo coinvolto nelle loro attività: giardinaggio, catering, e diverse iniziative sociali. Lì ha trovato persone accoglienti, che lo trattavano alla pari, e in questo modo ha ritrovato fiducia, serenità ed entusiasmo. Ha riscoperto che si può fare la differenza, anche nel piccolo, perché sente che può collaborare in modo utile. E da lì a poco, Antonio trova anche un lavoro part-time; un nuovo lavoro e relazioni solide con persone genuine lo fanno rifiorire come non mai.
L’associazione e il lavoro lo hanno riportato a una quotidianità “normale”: una routine fatta di incontri con colleghi, attività ordinarie, ma soprattutto momenti condivisi che lo trattano da “persona normale”, che non lo giudicano e lo fanno sentire accolto nella vita di tutti i giorni. Questa normalità, apparentemente semplice, ha rappresentato per Antonio la vera ricostruzione di sé: un ambiente dove il buio lascia spazio alla luce, alla relazione, alla partecipazione autentica.
Antonio mostra di essere una persona sincera, diretta, e nella sua semplicità molto aderente alla realtà. Una testimonianza che parla della ripartenza di una persona, esempio di resilienza e solidarietà, e anche storia di come un tessuto sociale attivo possa restituire dignità e futuro.
Emiliya Zaremba
Nasce in Ucraina e fino a 37 anni vive a Manukivtsi, nella zona centro-meridionale del paese.
Nel 2003 decide di partire per l’Italia: i suoi figli hanno bisogno di opportunità, anche se questo significa stare lontani per diverso tempo. Qui viene accolta prima dai monaci benedettini di Modena e poco dopo, da una famiglia di ristoratori di Serramazzoni che, offrendole un lavoro, le danno la possibilità di imparare l’italiano e la accolgono come una figlia.
In questi anni si alternano fatiche e soddisfazioni: i figli diventano grandi, possono studiare e cominciare a costruire la loro strada, ma la distanza è tanta e la situazione in Ucraina rimane instabile. Nel 2014 i russi occupano e annettono la Crimea, e la guerra comincia a essere ingombrante nella famiglia di Emiliya. Le stesse paure e gli stessi sacrifici riemergono nel 2022, quando la Russia potenzia i suoi attacchi in diverse zone dell’Ucraina, dando vita a quella che nei media italiani conosciamo come guerra in Ucraina, ma che ha le sue origini in anni precedenti al 2022. La famiglia di Emiliya è molto numerosa, ma solo uno dei suoi figli è in Italia con lei in questi anni; tutti gli altri familiari si devono abituare ad allarmi, nascondigli, rumori di bombe e aerei militari, in una quotidianità sospesa e incerta.
Emiliya ora riesce a tornare in Ucraina un paio di volte all’anno, per accertarsi che i suoi cari stiano bene e contribuire ai bisogni di oggi: riparare il tetto della casa di sua mamma (anziana, che abita sola, aiutandola con l’orto), raccogliere denaro per i suoi parenti e i ragazzi delle che combattono in prima linea.
“Quando succede qualcosa ci prendiamo cura tutti gli uni degli altri, nonostante la distanza. Siamo molto uniti, anche se io sono l’unica ad essere qua”.
Con tenacia e una grande voglia di vita, Emiliya non riesce a smettere di sperare in una Pace, che permetta ai giovani ucraini di tornare dalle proprie famiglie, di mettere fine alle sofferenze e di continuare a credere in un domani possibile.
Emmanuel Custom Phiri Chauya
Emmanuel viene dal distretto di Thyolo, in Malawi, un piccolo stato nel sud-est africano. Come la maggior parte dei bambini nati in un piccolo villaggio malawiano, Emmanuel si è dovuto interfacciare subito con l’assenza di alcuni diritti fondamentali per l’uomo: condizioni igieniche precarie, assenza di acqua, scarsità di cibo, poche opportunità scolastiche. Tuttavia Emmanuel grazie al sostegno dell’Organizzazione di Volontariato SottoSopra, è riuscito ad accedere ad alti livelli di istruzione nel suo paese d’origine. In particolare, Emmanuel ha frequentato la scuola secondaria per poi iscriversi a ingegneria bio medica presso l’Università del Malawi. Nel 2024 Emmanuel è arrivato in Italia per partecipare a un Master in Ingegneria biomedica promosso dall’Università di Bologna.
Attualmente il percorso di studi di Emmanuel continua ad essere sostenuto da SottoSopra e dall’associazione Cose dell’Altro Mondo di Formigine.
Ciò che colpisce della sua storia è la visione nitida e sincera della situazione in cui riversa il suo paese d’origine. Per questo motivo Emmanuel ha deciso di impegnarsi nel sostenere lo sviluppo del proprio paese, cogliendo l’opportunità di formarsi in un contesto, quello italiano e occidentale, in cui la parola sviluppo è all’ordine del giorno.
Ciò che emerge dalla storia di Emmanuel è stata la capacità di vedere per sé un futuro migliore, la speranza di poter acquisire le competenze necessarie per promuovere le condizioni di vita nel suo paese d’origine. Speranza che da sogno è diventa volontà, determinazione, progetto e realtà.
Fausto Gianelli
Fausto Gianelli è un avvocato penalista modenese, specializzato in diritto internazionale. Ha il proprio studio legale a Modena e a Pavullo nel Frignano. È esponente dei Giuristi Democratici – associazione di avvocati impegnati sui temi di giustizia – di cui è coordinatore provinciale. Dal 2011 insegna al corso per volontari di cooperazione internazionale organizzato dal Comune di Modena e dalla Regione Emilia Romagna. Nel corso della sua carriera ha fatto parte di collegi difensivi in importanti processi (ad esempio ai processi Genova G8 2001 – Diaz e Bolzaneto) e ha svolto missioni come osservatore internazionale in Medio Oriente, Asia e Sudamerica.
Gianelli è particolarmente impegnato sui diritti umani in contesti di guerra e occupazione. Nel dibattito pubblico sottolinea spesso la violazione delle libertà dei palestinesi, denunciate come «discriminazione etnico-religiosa» da parte delle autorità israeliane. In varie conferenze ha illustrato la questione palestinese in chiave legale; in questo ambito è stato relatore di seminari sul tema della Palestina tra occupazione coloniale e diritto internazionale, fornendo un quadro giuridico internazionale per interpretare i recenti eventi. Nell’ultimo conflitto ha difeso la linea del diritto internazionale anche sul piano mediatico: nel 2024 Gianelli ha promosso con successo una causa civile contro Rai1, ottenendo che fosse stabilito in via ufficiale che «Gerusalemme non è la capitale di Israele» perché – come afferma la sentenza – essa è stata «occupata illegalmente» da Israele.
Gianelli fa parte del Comitato esecutivo dell’ELDH (European Association of Lawyers for Democracy & Human Rights), come rappresentante italiano dei Giuristi Democratici. In tale veste promuove iniziative legali transnazionali: nel 2018 ha aderito come firmatario (in qualità di “Lawyer, Giuristi Democratici – Italia”) a una campagna internazionale dell’International Association of Democratic Lawyers, che chiedeva all’ICC di indagare sui crimini contro i palestinesi. Più di recente (novembre 2024) ha sottoscritto una lettera aperta all’Assemblea degli Stati Parte della Corte Penale Internazionale, sollecitando un’azione imparziale in Palestina. La sua attività combina dunque azioni concrete in tribunale (difesa di parti civili, cause per diritti umani) con partecipazione a conferenze e petizioni internazionali, sempre nel segno del diritto e della giustizia.
Mara e Agostino
Agostino e Mara sono una coppia sposata da oltre 45 anni. Hanno quattro figli: Giovanni, Donata, Rosaria e Federico. Giovanni, il primogenito, oggi ha 44 anni ed è omosessuale. La loro storia prende una svolta 20 anni fa, quando Mara, con coraggio, gli chiede direttamente se fosse gay. È così che scoprono qualcosa che li avrebbe messi profondamente in crisi.
Agostino e Mara facevano parte di un movimento religioso molto strutturato, composto da piccole comunità di famiglie, unite da una spiritualità molto esigente, basata sull’impegno personale per raggiungere la santità. In questo contesto, l’obiettivo era formare famiglie “sante”, magari con figli consacrati alla vita religiosa. L’omosessualità, semplicemente, non era contemplata.
Scoprire che il proprio figlio era omosessuale significava, per loro, trovarsi di fronte a qualcosa di inaccettabile, che non rientrava in nessuna delle categorie che avevano appreso e interiorizzato. Per anni hanno vissuto con un profondo senso di colpa, come se l’omosessualità del figlio fosse il segno di un fallimento, di un grave peccato. “Se mi avessero detto che aveva una malattia o altro, lo avrei accettato, ma questa cosa non potevo accettarla, perché purtroppo vedevo [l’omosessualità] come peccato, vedevo la lontananza da Dio, lo vedevo fuori dal piano di Dio, e non certo in quel piano in cui io avevo cercato di farlo crescere, in quel piano in cui noi eravamo cresciuti e ci eravamo impegnati tanto”.
Vivono quasi 12 anni di travaglio, di lotta con loro stessi, fra la vita vissuta e la realtà del figlio.
La vita ha iniziato a cambiare nel mese di maggio del 2017, quando hanno partecipato alla Veglia di preghiera contro l’omofobia organizzata nella parrocchia Regina Pacis di Reggio Emilia. In quell’occasione hanno scoperto che in quella parrocchia era presente un gruppo di cristiani LGBT+ di cui facevano parte anche dei genitori. Poi hanno scoperto l’esistenza a Parma del gruppo Davide, che si rivolgeva in particolar modo ai genitori cattolici con figli omosessuali. Attraverso la conoscenza e la condivisione con gli altri genitori e con i membri dei gruppi di cristiani LGBT+, in particolare dell’Associazione Nazionale La Tenda di Gionata, hanno progressivamente cominciato a capire che l’omosessualità del figlio non era una disgrazia, ma che si trattava di un dono. Un dono che veniva fatto a loro per fargli scoprire qualcosa di nuovo. E questo è stato confermato il 16 settembre 2020 nell’incontro personale con papa Francesco.
Martina Caiumi
Martina ha 27 anni e abita a Carpi con la sua famiglia. Ha studiato cooperazione internazionale e ha frequentato un master in Diritto all’Immigrazione. Attualmente lavora come operatrice d’accoglienza in un progetto Sai (Sistema Accoglienza e Integrazione) a Scandiano, e nel tempo fa la volontaria presso la Croce Rossa.
Martina ha deciso si condividere la propria storia in quanto è consapevole del valore che la sua testimonianza può avere, in particolare la sua storia è strettamente legata al significato che ognuno di noi può attribuire alla parola speranza.
Martina è stata malata di tumore per due volte, in una fase molto delicata della sua vita, ovvero durante l’adolescenza. Il primo tumore le è stato diagnosticato nel 2012 ed era collocato nell’utero. In seguito alla diagnosi, è iniziato un iter lungo e doloroso che ha visto Martina trascorrere molto tempo in ospedale a Milano dove ha portato avanti un ciclo di chemioterapia.
Ascoltando la sua testimonianza è emersa l’importanza che ha avuto la sua famiglia in questa fase molto delicata durante la quale i coetanei erano impegnati a godersi la propria vita mentre Martina ha dovuto subire cure molto pesanti, ha dovuto fare i conti con la paura della morte e, in poche parole, è dovuta diventare adulta velocemente.
Dopo essere guarita dalla malattia il calvario di Martina non è finito, anzi si è rivelato essere ancora in atto. Com’è possibile mantenere la forza e la lucidità mentre si prova dolore fisico, che poi diventa mentale, e mentre i propri coetanei vanno avanti con la propria vita? Com’è possibile non mettere in discussione tutto?
La storia di Martina rivela quanta forza ci può essere in una giovane persona, persona in cui ognuno di noi ci si può riconoscere. Si può dire che, in questo caso, la speranza sia stata un’ancora di salvezza e allo stesso tempo un porto sicuro per poter vivere in una quotidianità difficile. L’impegno attivo e la responsabilità civile che contraddistingue Martina è solo la punta dell’iceberg che si vede stando accanto a lei, perché c’è molto altro.
Patrick Goujon
Sacerdote francese della Compagnia di Gesù, teologo e storico, insegna teologia spirituale al Centre Sèvres di Parigi; è membro associato del Centre d’études en sciences sociales du religieux (École des hautes études en sciences sociales) e direttore della rivista Recherches de science religieuse. Attualmente è responsabile della comunità gesuita di Campion Hall di Oxford.
Un terribile mal di schiena ha perseguitato per trent’anni Patrick: il dolore era iniziato quando egli era ancora bambino. Esami, visite mediche, ipocondria… erano piste percorse in lungo e in largo finché non si era rivolto ad un centro anti-dolore, che gli aveva proposto una pratica di medicina alternativa. La cura si era rivelata miracolosa, perché il male era scomparso. Fantastico: guarito a 46 anni senza farmaci! Eppure, c’erano giorni in cui si riattivava una fitta nella parte bassa della schiena; fino a quando era riemerso il ricordo di un’aggressione subita nell’arco di tre anni, fra gli 8 e gli 11 anni. Non bastasse, l’aggressore era un prete, e l’aggredito sarebbe poi entrato nella Compagnia di Gesù ed ordinato lui stesso prete. Sono seguiti i dubbi sulla veridicità dei suoi stessi ricordi, la sorpresa di scoprire che l’abusatore era stato spostato nella segreteria del vescovado per allontanarlo dai bambini, le domande sull’autenticità della vocazione…
La parola, che non arrivava, l’ha pronunciata il suo corpo per un lunghissimo periodo, fintanto che padre Patrick Goujon non è riuscito a prendersi cura di se stesso.
E, piano piano, Patrick ha iniziato a vivere l’esperienza del dolore sempre meno come un semplice «paziente», per diventare sempre più un «soggetto», una persona che cerca di non doversi sottoporre a dolori sproporzionati.
«Eppure lei oggi è un prete. Com’è possibile?». Patrick ha preso seriamente in considerazione la questione. Essa è stata oggetto di preghiera fino ad oggi. Il suo racconto ci dà la sensazione di trovarci di fronte a qualcuno che, fin da giovane, ha desiderato vivere come Gesù: una vittima che rifiuta di entrare nella logica della violenza, aprendo le braccia sulla croce per amare senza possedere. Questo amore Patrick vuole viverlo nel suo celibato. E così sta continuando il suo processo di guarigione.
Susan, Rose, Tresa e Melanie
Susan, Rose, Tresa e Melanie sono giovani studentesse dell’Università di Bologna giunte in Italia da India, Congo e Kenya e che vivono, insieme ad altre ragazze, all’interno del Progetto di accoglienza per giovani Cultura, Speranza e Pace, presso la Comunità delle Suore Francescane dell’Immacolata. Le loro storie fanno brillare la speranza e i desideri di cui sono capaci i giovani e che animano la vita di tanti e di tante, qualsiasi sia il paese dal quale provengono e il popolo al quale appartengono.
Di fronte a molti adulti, che spesso riescono solo a vedere disinteresse, immaturità, irresponsabilità ed egoismo nelle giovani generazioni, le parole di Susan, Rose, Tresa e Melanie ci testimoniano invece la grande forza e determinazione di cui tutte siamo capaci quando in gioco c’è un futuro di libertà e di vita piena! E non è un caso che siano proprio quattro donne giovani, provenienti dai cosiddetti paesi “emergenti” o “in via di sviluppo”, dove ancora troppo spesso la maggioranza delle persone (donne in primis) non gode dei diritti e delle possibilità di cui disponiamo nel nostro mondo occidentale, a ricordarci che abbiamo bisogno ogni mattina di un motivo valido per alzarci dal letto e iniziare le nostre giornate. Dalle loro parole emerge in maniera evidente che ogni nostra speranza è possibile e realizzabile solamente dentro relazioni accoglienti, che non giudicano, che sanno metterci gli uni accanto agli altri e che ogni desiderio autentico è tale solo se coinvolge anche gli altri e se contribuisce a rendere il mondo un po’ migliore per tutti e per tutte.

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